Che cos’è per te casa? Qual è il tuo rapporto con la lingua, la tua lingua madre e l’italiano?
A partire da queste domande dialogano Yarina Grusha, autrice de L’album blu, e Jana Karšaiová, autrice di Io non parlo russo, insieme a Francesca Zoppei. Le storie delle loro protagoniste si intrecciano con quelle delle autrici, che hanno cambiato casa lasciando il proprio Paese e cambiato lingua imparando e scrivendo in italiano. Elementi della vita di una persona diventano così anche espressione della cultura e dei popoli a cui appartengono.
La ricerca di appartenenza inizia per la protagonista di Yarina Grusha con il cambio del suo nome, da Yarina a Irina. Il prete glielo assegna durante il battesimo perché non esiste una santa con il nome Yarina. Questo cambiamento viene vissuto dalla bambina come un ulteriore rifiuto: ancora una volta non si sente accolta. Nasce infatti già sfollata, dopo lo scoppio del reattore di Chornobyl, il nome ucraino di Chernobyl. La sua casa si trova in molti luoghi, tanto da non avere mai semplicemente il nome di “casa”: quella in Italia, per esempio, è la casa “di Lorenzo”.
L’unico filo che la lega alle sue origini ucraine è l’album blu che dà il titolo al romanzo, un album di fotografie di famiglia. Attraverso questa ricerca, che appartiene alla protagonista ma soprattutto all’autrice, Grusha ha trovato la propria risposta:
«Casa sono le persone, perché le persone ti restituiscono la sensazione di casa, di qualcosa di familiare. Ti possono mettere a tuo agio e queste persone sono una casa che si sposta insieme a te».
Casa è anche uno dei temi principali del romanzo di Jana Karšaiová. La sua protagonista si trova sospesa tra i confini geografici e geopolitici della Slovacchia e cerca casa attraverso l’appartenenza. Questa sospensione si trasforma oggi nell’inquietudine dell’autrice, che vede l’Europa, casa di tutti, chiudersi internamente e lo straniero tornare a essere un termine utilizzato in senso politico e populista. Da qui la domanda: fino a quando potremo permettere che questi confini si chiudano, impedendo il passaggio?
Accanto alla casa c’è la lingua, anch’essa parte importante dell’identità di una persona. Per Yarina Grusha, autrice e traduttrice, le lingue sono tre: l’ucraino, la lingua madre; il russo, la lingua indotta che impara senza sceglierla; e l’italiano, la lingua scelta, quella che scopre attraverso la canzone Felicità di Al Bano e Romina Power e che le dà la speranza di conoscere, un giorno, proprio quella felicità.
La lingua rappresenta anche la situazione politica e culturale dell’Ucraina, dove l’ucraino è stato sminuito e stigmatizzato come lingua di campagna, mentre la grande letteratura veniva identificata soltanto con quella russa. In questa riflessione si ritrova anche Karšaiová: il titolo del suo romanzo è una dichiarazione d’intenti e rappresenta il rifiuto di alcuni schemi mentali ereditati dall’esperienza sovietica e arrivati anche in Slovacchia. Dire «io non parlo russo» significa rivendicare la propria libertà e non permettere a qualcun altro di «venire a casa mia a dirmi quello che devo fare».
La ricerca di entrambe le autrici nasce dalla volontà di conoscersi e dalla necessità di raccontare i propri Paesi agli italiani, perché possano comprendere ciò di cui si parla. È questa la bellezza dei libri: permettere a qualcuno di viaggiare lontano senza spostarsi da casa. Con i loro romanzi, però, le autrici non portano i lettori soltanto nelle proprie infanzie, in Ucraina o in Slovacchia, ma anche dentro le letterature dei loro Paesi. I loro libri rispondono alla fame del lettore, al desiderio di scoprire sempre nuovi titoli. Questo è particolarmente evidente ne L’album blu, che presenta numerosi riferimenti alla letteratura ucraina.
Il rapporto con i libri è importante anche in Io non parlo russo, dove la libreria del padre diventa centrale. I libri che la riempiono e la domanda del fratello della protagonista sul perché siano ancora lì rappresentano insieme la presenza e l’assenza della figura paterna. La protagonista non riesce a immaginare di svuotarla perché significherebbe vivere un’ulteriore perdita del padre.
Il fratello rappresenta anche il fascino che Karšaiová prova per le relazioni umane, che, come lei stessa le descrive, «non sono isolette, ma sono inserite nell’ambiente macro». Lo scontro tra i due fratelli è lo stesso che viviamo anche al di fuori del romanzo, diventando un modo narrativo per parlare dei conflitti della società contemporanea.
Accanto ai temi della casa e della lingua si inserisce infine quello della traduzione, soprattutto in un contesto in cui entrambe le autrici scrivono in una lingua che non è la loro prima e pubblicano in un paese dove si sono costruite una nuova casa. Da un lato, Yarina Grusha sta traducendo personalmente il suo libro, che verrà pubblicato in Ucraina nel 2027. Descrive questa operazione come una traduzione e non come una riscrittura. Il lavoro la aiuta a rimanere nei limiti del testo, ma soprattutto le permette di osservare come la lingua italiana abbia modificato anche il suo ucraino: per esempio, si accorge di usare le virgole secondo regole che nella sua lingua madre non esistono. La traduzione nasce anche dal desiderio di offrire al pubblico ucraino un testo che pone molte delle domande che gli ucraini si stanno facendo, fino a diventare un possibile «vademecum che aiuti». Per Karšaiová, invece, portare il suo libro in Slovacchia non è al momento una possibilità: è un testo politico e, oggi, non sembra esserci il desiderio di leggerlo.
L’autrice riassume infine il rapporto suo e di Grusha con le rispettive lingue in una frase: se lei sta «maltrattando la sua lingua», Yarina la sta «rinvigorendo».