Ci stiamo disaffezionando alla politica. I dati parlano chiaro: alle elezioni del Senato del 2022 l'affluenza è calata di oltre 17 punti percentuali rispetto al 2001; ancora più marcato il crollo alle elezioni europee, dove la partecipazione è scesa di oltre 20 punti in vent'anni, passando da circa il 73% del 2004 a poco più del 49% del 2024. Questo crescente disinteresse, oltre ad avere ragioni ben precise, ha anche un prezzo. È il fatto per cui, ad insinuarsi nel malcontento verso la politica sono ideologie autoritarie, che offrono soluzioni semplici a problemi complessi. Ma come riconoscere questa deriva quando non si manifesta apertamente, come con un colpo di stato o una marcia dimostrativa? Due esperti dei «sintomi» dell'autoritarismo,Michele Ainis e Carlo Galli, ne hanno discusso ieri guidati da Vincenzo Satta.
Ainis è professore emerito di diritto pubblico all'Università Roma Tre, editorialista di Repubblica e autore, tra gli altri, di Capocrazia. Se il presidenzialismo ci manderà all'inferno (La Nave di Teseo, 2024) e del recentissimo Fascismo bianco (Garzanti, 2026). Galli, filosofo e politologo, ha insegnato a lungo Storia delle dottrine politiche all'Università di Bologna ed è stato deputato dal 2013 al 2018; scrive anch'egli su Repubblica ed è autore di numerosi saggi sul pensiero politico moderno, tra cui La destra al potere. Rischi per la democrazia? (Raffaello Cortina, 2024) e Necessità della politica (Raffaello Cortina, 2026). A condurre il dialogo è Vincenzo Satta, ricercatore di Diritto costituzionale all'Università Cattolica di Milano.
Nella prima parte del dibattito si è parlato di «post-democrazia». Il neologismo è del politologo Colin Crouch: un sistema politico post-democratico è solo apparentemente regolato da istituzioni statali e dal principio della rule of law, ma in realtà il potere appartiene (non al popolo ma) a lobby e mass media. La post-democrazia è dunque storpiatura della democrazia, è «democratura».
Esiste una chiave di lettura per riconoscere lo slittamento verso la post-democrazia e, poi, verso l'autoritarismo?
Al contrario della dittatura «palese», l'autoritarismo si insinua lentamente negli algoritmi del potere, spesso attraverso atti apparentemente neutri e, comunque, legittimi. Arriva un decreto restrittivo della libertà, e ci si abitua. Ne arriva un altro, e ci si abitua. Poi un altro ancora, e il gioco è fatto. Non succede solo in Italia, ma anche in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Nessuno, ha detto Ainis, si accorge di invecchiare giorno dopo giorno: l'autoritarismo non arriva con un golpe o con una marcia su Roma, ma per accumulo.
Questo meccanismo lento (ma incessante) è oggi amplificato dai social media: viviamo un tempo senza memoria del passato né prospettiva del futuro, in cui la profilazione ci propone solo contenuti già in linea con ciò che ci piace. La democrazia è per natura confronto tra posizioni diverse. Con i social, invece, le opinioni si cementificano senza ascoltarsi a vicenda. Nella pratica, l'erosione dei contrappesi istituzionali avviene in modo subdolo: apparentemente si rispetta la lettera della Costituzione; nella pratica, la legge ne svuota il significato. Un esempio: l'articolo 11 della Costituzione sancisce che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. E allora come intervenire nei teatri di guerra nel rispetto - formale - della Costituzione? Il trucco è facile, basta inventare il concetto di «guerra giusta», o «guerra umanitaria»: formalmente non si tratta di «offesa», ma di «aiuto» e «umanità». Con questa semplice truffa delle etichette, lo Stato diventa caserma.
Galli ha ripreso il tema della post-democrazia di Crouch offrendo un parallelo storico: così come oggi, anche al tempo della restaurazione di Augusto il potere si accentrò a discapito del Senato, pur mantenendo quest'ultimo le proprie prerogative formali. È esattamente questo, ha spiegato Galli, il meccanismo della post-democrazia: intervenire il meno possibile sulla lettera delle norme costituzionali, ma disorientarne il senso. Le norme restano ancorate alla loro origine storica, quindi non serve modificarle direttamente: basta svuotarle dall'interno. Si cambia pochissimo la Costituzione, ma moltissimo la legislazione ordinaria — soprattutto le leggi di valore quasi costituzionale, come la legge elettorale.
La ciliegina sulla torta di questa progressione verso l'autoritarismo è l'impoverimento, economico e sociale, della classe media. È la classe media la principale paura degli oligarchi di oggi: un ceto relativamente autonomo dal punto di vista economico, spesso istruito, e per questo più incline al pensiero critico. Un ceto oggi lentamente soffocato da un paradigma economico che punta a una società sostanzialmente povera, con poche punte di ricchezza smisurata. L'esito è una guerra tra poveri, quelli economici contro quelli sociali (come, ad esempio, i migranti).
A questo punto ci si potrebbe chiedere se l'ordine internazionale possa arginare le derive autoritarie nazionali, assorbite da paure identitarie, nazionalismi e sovranismi.
Ora, la legge internazionale - ricordano gli autori - è, per sua natura, una legge orientata, priva di reali strumenti coercitivi. La Corte penale internazionale è riconosciuta solo da una parte degli Stati: Israele, Stati Uniti, Russia e Cina non ne fanno parte. Senza contare che, nel diritto internazionale, le sanzioni non sono omogenee: a fronte del perseguimento di taluni gravissimi crimini contro l'umanità, molti altri rimangono impuniti. Fare politica internazionale, ha chiosato Galli, richiede prudenza, oltre che sapienza, «due doni dello Spirito Santo».