10 | 09 | 2026

Dare corpo all'essenziale

Nelle pieghe della carne, del tempo e della scrittura con David Szalay

Una storia tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest, un’indole taciturna e sfuggente, una vita di capovolgimenti straordinari eppure cheti. Non è facile riassumere i contorni di István, il protagonista di Nella carne di David Szalay, un eroe letterario che anima le conversazioni di tanti lettori da mesi, eppure una figura che concede poco di sé, che si cela nei silenzi e nelle risposte laconiche, lasciando parlare il proprio corpo. Sì, perché questo uomo squisitamente contemporaneo vive nella pagina attraverso la fisicità delle esperienze, che si lascia capitare o a cui reagisce con la carne, in tutti i suoi aspetti.

In un’intensa conversazione con Sandro Veronesi, Szalay racconta la complessità dell’esperienza umana che secondo lui è sempre radicata nel corpo, ma che non può essere limitata a esso e che, con le sue sfaccettature, distingue l’umanità dalle macchine o dagli animali.

Il romanzo segue il protagonista dall’adolescenza alla maturità, dall’Ungheria degli anni ’90 alla Londra del nuovo millennio, e lo ritrae in alcune tappe fondamentali della vita – dall’iniziazione al sesso alla guerra fino alla scalata sociale – seguendo un itinerario in cui István le regole del gioco impara in modo crudo e disincantato, spesso pagando un prezzo altissimo. Lo stesso vale per il suo rapporto con il corpo che passa attraverso un salto, la realizzazione che esiste uno scarto la percezione di sé e chi si è in carne e ossa e pulsioni.

«Forse è a quell’età, pensa István, che hai la prima percezione di non coincidere esattamente con il tuo corpo, di occupare lo stesso spazio senza essere proprio la stessa cosa, perché una parte di te resta indietro rispetto alla trasformazione fisica e ne è sorpresa come potrebbe esserlo un osservatore esterno, e a quel punto non ti senti più in totale armonia, ma ti viene da parlare del tuo corpo come fosse un’entità leggermente separata, benché ti riesca sempre meno di opporti ai suoi desideri».

Durante adolescenza István si ritrova a fare i conti con questo scarto violento e inaspettato, che lo travolge e lo stupisce. La perdita dell’innocenza si intreccia a quello che lui crede amore, in un fraintendimento dei suoi rapporti con una vicina di molto più grande di lui che mette in moto tutta la vicenda del romanzo.

In un libro imperniato sulla fisicità e sull’esperienza del mondo attraverso il corpo, Szalay ribadisce anche il ruolo pervasivo dell’amore. Anche se si ha l’impressione che ai lettori rimanga solo il non-detto, solo le scene in cui si assiste alle conseguenze dell’amore, in realtà lo scrittore è interessato al suo significato e alle sue diramazioni sotterranee tra amanti, famiglia e figli. Szalay ne scrive senza scrivere direttamente, evitando le formule classiche e parlando di tutte le cose che stanno dietro l’amore.

Questa rimozione del superfluo e dei cliché, questa aspirazione all’essenziale penetra nei personaggi, nei temi, nella scrittura, ma è soprattutto nei dialoghi che trova un ottimo esempio. A fronte di un protagonista che non è proprio un gran conversatore, i dialoghi sono una parte cospicua e rilevante di Nella carne, sono sezioni che Szalay si è divertito a cesellare ed estrarre dalla realtà più quotidiana e in apparenza trascurabile. In questo senso, la scelta di István è ancora più potente perché la sua riluttanza è una forza che crea tensione tra chi desidera ricevere qualcosa e una barriera di risposte laconiche, che allo stesso tempo tutto nascondono e tutto esprimono. Questo uso del silenzio, l’impossibilità di entrare nei pensieri del protagonista e un narratore che non svela né giudica nulla nella sua vita lasciano ai lettori una grande responsabilità interpretativa, in cui dietro un’apparente banalità di battute e parole si apre il mondo di un uomo che è tutto fuorché banale.