Ogni anniversario importante che si rispetti ha il suo momento dedicato ai ricordi. Così, anche svgBeppe Severgnini, nel trentesimo anno di Festivaletteratura, ripercorre in Piazza Castello le voci e i volti dei giornalisti passati per Mantova. Grazie al lavoro svgdell’archivio del Festival possiamo riascoltare le loro parole e rivedere chi, negli anni, ha contribuito a raccontare questa manifestazione. L’elenco è lungo e rigorosamente non in ordine alfabetico: un modo per costringere a leggere tutti i nomi, senza saltarne nemmeno uno. L’ego dei giornalisti è abbastanza problematico e bisogna controllarlo.
Non manca una menzione speciale ai magnifici otto che fondarono Festivaletteratura trent’anni fa, né un aneddoto su Luca Nicolini. Per la prima edizione invitò Severgnini a intervistare un autore che, poco prima dell’incontro, rinunciò. Nicolini si dimenticò però di avvertire il giornalista, che si presentò comunque a Mantova. Da quell’equivoco nacque una bellissima amicizia, che portò Severgnini a frequentare il Festival moltissime volte. I grandi amori nascono anche da incomprensioni.
I grandi amori nascono anche da incomprensioni.
Ma la serata in Piazza Castello è soprattutto un grande abbraccio alla città di Mantova, ai suoi angoli e alle sue piazze: un gioiello da preservare. Perché gli autori passano, ma le persone e i luoghi rimangono. Persino i giornalisti più duri, una volta arrivati a Mantova, sembrano trasformarsi: li si vede saltellare come Heidi con le caprette. Per Severgnini occorre venire prima, rimanere un po’, vedere le cose. Non ha senso arrivare soltanto per il proprio evento e poi andarsene: bisogna mescolarsi con la gente, conversare con i luoghi, lasciare che le proprie parole e le proprie esperienze entrino nelle pietre della città.
La carrellata comincia con Vittorio Zucconi, nel 2009, e diventa subito occasione per riflettere sul rapporto tra giornalismo e letteratura. È importante come scrivi così come quello che scrivi. Il confine tra i due mondi è sottile: qualsiasi giornalista bravo è un narratore, e un narratore è anche giornalista. Dante, per esempio, quando incontra Paolo e Francesca, fa loro moltissime domande, quasi fosse un reporter. Un confine dunque estremamente sfumato, che impone di scegliere ogni volta gli strumenti più adatti per affascinare il lettore.
Il discorso passa poi a Ezra Pound: fu un grandissimo, con idee politiche completamente sbagliate, ma un grandissimo autore. In un suo testo dava consigli ai poeti su come scrivere, consigli che, secondo Severgnini, sono gli stessi che ancora oggi vengono insegnati ai giovani giornalisti: la lingua deve essere bella, il ritmo deve avere un significato, non ci devono essere frasi fatte e occorre essere precisi. Mai un aggettivo solo decorativo.
L’elenco prosegue con Ferruccio De Bortoli e con una riflessione sulle querele contro i giornalisti, definite le vigliaccherie con cui qualcuno di potente cerca di intimidire. È sleale, osserva Severgnini, ed è uno strumento molto usato. E a proposito di giornalisti duri che a Mantova si sciolgono, torna il ricordo di Lilli Gruber, intervistata proprio da Severgnini: una delle più belle interviste fatte alla giornalista. Poi ancora l’autore della biografia di Agassi, con la traduzione dal vivo di Severgnini.
Un altro regalo che Mantova fa durante il Festival è la possibilità di conoscere persone nuove e costruire amicizie. Le reti nate in questi trent’anni sono importanti e attraversano il tempo insieme al Festival, che nel frattempo attraversa guerre, cambiamenti politici e un mondo sempre più complesso.
Stiamo tutti inseguendo farfalle lungo l’orlo del precipizio
Cecilia Sala passa da Mantova nel 2025 e il discorso torna ai temi internazionali: ci sono davvero troppe improvvisazioni, mancando la competenza e la conoscenza. Quando si parla, per esempio, di America, bisognerebbe fare il Minnesota Test, per capire se davvero si conosce la materia. Il mondo, infatti, è sempre più complicato e non prevede soluzioni semplici. Stiamo tutti inseguendo farfalle lungo l’orlo del precipizio. Per questo, secondo Severgnini, i giornalisti devono essere preparati, come Francesco Costa.
E Fernanda Pivano condivideva con Beppe l’interesse per l’America. Eugenio Scalfari fu folgorato dal Festival, perché lo scopo, in fondo, è soltanto quello di stare insieme, con un pubblico libero e indipendente. Tornano allora i racconti della città, dei suoi ristoranti, di quelli che ci sono ancora e di quelli che non ci sono più. E torna soprattutto l’accoglienza di Mantova, sempre eccezionale.
Per i vent’anni del Festival, nel 2016, furono raccontati gli amici assenti. Da qui una proposta: dovremmo introdurre un’usanza nuova, un brindisi agli amici assenti.
E poi la lettura. Bisogna leggere di più. I giornalisti che vengono al Festival, ricorda Severgnini, sono lì anche perché hanno scritto libri. Serve dunque uno sforzo, un cambiamento rivoluzionario per ricominciare a leggere. Per Ammaniti il libro può essere un tranquillante. Che sia come volete, ma occorre leggere. Per imparare a tirare fuori dal libro il senso e le idee, bisogna abituare la testa a farlo.
Perché chi legge i libri può correre qualsiasi distanza.
La serata si conclude ammirando sullo schermo Michela Murgia, una di quelle scrittrici che a Mantova cambiava e si ammorbidiva. Michela diceva che, se si vuole convincere qualcuno a leggere, bisogna dirgli di non farlo. Un gigante. Chissà se la ascolteremo e seguiremo il suo consiglio.