Mi piace guardare. Scritto con questo tono apodittico, ammetto che può sembrare ambiguo, ma ho sempre amato guardare fino quasi a perdere l’attenzione, finendo a volte per diventare l’oggetto che osservavo con tanta intensità.
Sono diventato una caffettiera, un acino d’uva sull’angolo di un tavolo bucato, l’astuccio di un paio d’occhiali e, inevitabilmente, ai giorni nostri, qualche video che mulina dentro l’impensata attività dello scrolling. Più altre cose che, in questa sede, sarebbe sconveniente elencare. Ma guardare in presenza le emozioni degli altri, cercando per un momento di farle proprie senza essere guardati, è un livello ulteriore. Succede anche a chi nella vita scrive, elabora il proprio intricato rapporto con l’ispirazione, ma è costretto a pagare un piccolo obolo alla socialità. Abbiamo i nostri gradi di misantropia, le nostre nevrosi, le nostre giornate in cui l’idea di parlare con un altro essere umano ci sembra già un programma ambizioso. Nei festival letterari, come nelle fiere, si va naturalmente anche per mostrarsi: è una delle forme, più o meno innocenti, della vanità di chi scrive. Si sale su un palco, si parla, si viene presentati, spesso indossando un lanyard colorato con un cartellino plastificato, cercando o aspettando un po’ di visibilità. Fa partedel mestiere, o almeno delle sue piccole gratificazioni collaterali. Ma per me è stato meglio andarci da lettore.
Una posizione confortevole, perché non obbliga a scegliere tra la socialità e il desiderio, assai più modesto, di osservarla. Una dose di misantropia socialmente accettabile. Al massimo faccio qualche domanda, converso in modo laterale, mi affaccio per qualche minuto nella vita degli altri e poi torno volentieri al mio angolo di tavolo.
Quest’anno, alla trentesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, ho accompagnato tre persone molto diverse. Il romanziere scozzese Douglas Stuart, che racconta personaggi divisi tra desiderio e dovere, dentro una Scozia dura e suggestiva e una lingua che tiene insieme: l’eco del gaelico, i dialetti, lo slang, l’inglese, le voci di chi sembra stare ai margini e invece è parte del flusso.
Ho incontrato Vittorio Gallese, neuroscienziato che, attraverso gli studi sull’embodiment e la scoperta dei neuroni specchio insieme ad altri ricercatori, ci ha aiutato a capire quanto sia artificiale pensare il corpo e la mente come due territori separati. Anche il mondo digitale, che ci appare immateriale perché fatto di schermi, dati e connessioni, finisce per avere conseguenze molto materiali su di noi. È un’idea che ci obbliga a non considerare neutri gli ambienti in cui viviamo. Anche un ambiente digitale può diventare affettivo: può suscitare desiderio, paura, empatia, solitudine. E allora diventa necessario accorgerci di come il cambiamento ci sta trasformando. Gallese parla di vigilanza narrativa: la capacità di non lasciare che siano soltanto gli ambienti che abitiamo, compresi quelli digitali, a raccontarci.
Ho dialogato con Emma Nolde, che nelle sue canzoni riesce a rendere la realtà più intensa, come se ne spostasse appena i contorni, proprio come accade davanti a un quadro di Emil Nolde, dal quale l’artista ha preso il nome d’arte. È come aprire gli occhi al risveglio: all’inizio le forme sono ancora un po’ sfocate, poi cominci a distinguere le sfumature e proprio lì, nelle sfumature, qualcosa vive e prende sostanza.
Tre persone molto diverse, tre modi diversi di stare nel mondo: con i loro libri e le loro canzoni, i loro studi e le loro ispirazioni. E mentre li accompagnavo mi sono reso conto che forse è proprio questo che accade quando si legge: nella vita si incontrano libri diversissimi tra loro e non è necessario che ci piacciano tutti. Alcuni ci emozionano e ci fanno sentire unici, altri ci fanno sentire inadeguati o minuscoli, altri ancora ci portano in un luogo che non avevamo immaginato. È questa varietà ad allargare la nostra idea del possibile. I libri hanno una lingua, un ritmo, dei temi, una somma di storie e pensieri che, anche dopo essere stati letti, possono riapparire molto tempo dopo, come fantasmi. Per questo chiamo le librerie stanze degli spiriti.
A proposito di guardare, quest’anno, come sempre, ho ammirato i giovani volontari che per qualche giorno hanno fatto funzionare una città, uscendo dalle proprie ansie, ritualità e solitudini. Trent’anni di Festivaletteratura sono trent’anni di libri, certo. Ma anche di lettrici e lettori che si sono incontrati intorno ai libri. Di lettori diventati amici, di scrittori diventati per qualche giorno abitanti di Mantova, e di ragazze e ragazzi che hanno imparato a fare una cosa guardando qualcun altro farla prima di loro. Guardando appunto. E torno all’ambigua rivendicazione con una precisazione: Mi piace guardare senza essere notato. Ed è anche per questo che mi piace leggere. Il modo migliore di guardare senza che nessuno se ne accorga.
Mario Desiati per Festivaletteratura 2026