13 | 09 | 2026

I Millennial - Comici Spaventati Guerrieri Ribelli

La battaglia di una generazione contro l'incertezza della vita adulta attraverso i romanzi di Giulia Scomazzon e Dario Ferrari. Sempre senza prendersi troppo sul serio

Alle volte capita che crescendo si attraversino i portali delle varie età e i riti di passaggio a esse associati, i diciotto anni e la maturità, i venticinque e la fine dell’università, i trenta e i primi lavori, con apparente serenità e che da fuori il percorso appaia lineare. Poi d’improvviso, qualcosa si inceppa, si rimane bloccati, il filo da dritto qual era si trasforma a un certo punto in un nodo aggrovigliato su se stesso. Questo è ciò che accade ad Alice e Igor, i due personaggi al centro rispettivamente del romanzo di Giulia Scomazzon e di Dario Ferrari, messi a confronto nel dialogo degli autori con Massimo Cirri, psicologo e autore radiofonico.

Alice ha varcato da poco la soglia dei trent’anni, è un’insegnante, e dopo il Covid si è ritrasferita nel suo paesino veneto d’origine, lasciandosi indietro la vita universitaria a Bologna. Nello stesso momento prende avvio la relazione con un ragazzo concreto, accudente, con la testa sulle spalle insomma, e dopo qualche tempo vanno a convivere. Non sembrerebbe ci sia nessun inghippo, se non che il bidone della spazzatura strabordi di lattine di 8.6 – a cui il titolo del romanzo 8.6 gradi di separazione (Nottetempo, 2025) si riferisce - e sul tavolo campeggi un solo bicchiere, completamente pieno alle tre di pomeriggio. C’è qualcuno in quella casa che ha un problema di dipendenza da alcool e benzodiazepine, e quel qualcuno è Alice. Da buona “bevitrice funzionale” riesce a portare avanti la sua vita fino a che la sua esigenza intima di separazione dagli altri, la sua solitudine non la fanno sprofondare sempre più nella dipendenza. Il mondo le offre ipotesi di cura, i gruppi degli Alcolisti Anonimi, psicologi, psichiatri e le loro medicine, persino il fidanzato crocerossino vorrebbe aiutarla a tirarsene fuori, ma le soluzioni che la società le propone sono ai suoi occhi un altro modo per ridurla a fenomeno sociale, a stereotipo veneto dell’avvinazzata, a un nome che ad alta voce enuncia di essere un’altra alcolizzata del gruppo.

Igor dal canto suo è più grande, i quaranta già alle spalle, e fa il traduttore, professione per cui avverte una vera vocazione. Si dice di una buona traduzione che sia quella in cui la mano del traduttore scompare dietro le parole; ecco, in questo si riassume il destino esistenziale di Igor che si fa vanto della sua invisibilità, condendo i suoi discorsi poetici sulla bellezza dello star nascosti con una generosa dose di autocommiserazione. La vita, però, gli presenta una sparizione molto più concreta della sua, quella del padre, vittima di un tracollo improvviso delle capacità cognitive. E quando Herr Professor, come viene chiamato il genitore, inizia a svanire, Igor viene sottratto dalla sua costante operazione di sparizione. L’idiota di famiglia (Sellerio, 2026), che nel titolo identifica il protagonista stesso, è il racconto delle vicende di un figlio che sperava di essersi emancipato da tale ruolo e che torna nella casa paterna, a Viareggio, un ritorno non troppo gradito, ma che gli consentirà di riflettere sul suo passato. Pur nelle loro differenze, i percorsi di Igor e Alice hanno delle affinità. Entrambi a un certo punto, che sia per necessità o per scelta, si muovono da una grande città italiana – Roma per Igor e Bologna per Alice – verso un posto piccolo, un paese in provincia.

Nell’affollamento della città si è invisibili, c’è la possibilità di condurre la propria vita al di fuori dei giudizi di chi ti ha conosciuto sin da bambino, mentre la provincia è un luogo in cui, che tu lo voglia o no, sarai chiuso in un calco, in una versione della tua identità stabilita un giorno lontano e da allora cristallizzata.

Oppure, al contrario, potrebbe essere la provincia stessa a rinchiudersi in uno stereotipo di stile di vita che va per la maggiore.

Sembrerebbe che l’alcolismo di Alice sia ascrivibile a un tratto regionale veneto, di gente che con un’ombra de vin pone fine alle fatiche della giornata e che nel bere trovi un modo di essere più socievole ed espansiva. Ma tutto questo non accade ad Alice, che invece frequenta principalmente i bar tabacchi a gestione cinese e acquista le birre al supermercato, camuffando la sua spesa a scopo esclusivamente alcolico mettendo nel carrello altri articoli. La sua dipendenza, di ragazza giovane e isolata in cerca di un anestetico, è quasi una rivolta contro la socialità ebbra, una posizione di resistenza verso lo stereotipo imposto che ha una valenza di anti-convenzionalità.

Lo sguardo di entrambi i protagonisti sul mondo è di delusione. Il loro linguaggio dissacrante è il sintomo di un disincanto della propria generazione verso il futuro, e l'ironia con cui affrontano la vita è solo l'altra faccia della medaglia di un'ammissione di resa. Nel richiamare alla memoria i ricordi su suo padre, Igor spesso si imbatte in episodi in cui Herr Professor si lanciava accoratamente in prosopopee sui destini del Partito - il PCI -, sul nuovo corso della storia di cui essere protagonisti, sulle possibilità concrete che lui vedeva nell'essere parte della scrittura di quella Storia con la s maiuscola. L'intera vicenda della costituzione della Repubblica Viareggina nel 1920, che infiammava di orgoglio il padre tanto da scriverci un romanzo su, per Igor è quasi un sogno comico, una favoletta, un'illusione puerile con la quale compatisce il padre. Nello scollamento tra padre e figlio vi è uno slittamento generazionale della fiducia che si ha nelle proprie capacità di agire nel mondo. Per Igor, rappresentante di un sentimento tipico dei nati dopo gli anni '80, è ridicolo anche solo pensare di poter tracciare un nuovo percorso storico, per la sua generazione le illusioni a riguardo sono state bruciate con la repressione armata del G8 di Genova nel 2001 e da quel punto in poi non si può più andare avanti. Al massimo limitarsi a salvare il salvabile.

E dato che siamo consci di vivere tutti nel mezzo dello stesso disastro, almeno che ci si rida su. L'ironia è il modo in cui Ferrari e Scomazzon smascherano le ipocrisie della società, mettono in ridicolo coloro che dicono di saperla lunga e si ergono su un piedistallo. Finché questa posa è accompagnata dall'auto-ironia, se ci si include nel discorso e si ammette apertamente di essere i primi a non capirci poi molto, ci si dà anche la possibilità di fare fronte comune contro quest'assenza di prospettive.