12 | 09 | 2026

Il disagio democratico: Ainis e Temelkuran a confronto

Un dialogo su autoritarismo, diritti costituzionali e crisi della democrazia

L'autoritarismo di oggi non veste la camicia nera, ma giacca e cravatta. Non arriva di notte, con un colpo di stato, ma trasforma la democrazia dall'interno ogni giorno un po', lentamente svuotando di valore le sue fondamenta. Il dialogo di oggi tra Michele Ainis ed Ece Temelkuran suona come un monito, un avvertimento ad affinare lo sguardo per riconoscere il profilo dell'autoritarismo prima che sia troppo tardi - e cioè, quando è già arrivato.

Ainis è professore emerito di diritto pubblico all'Università Roma Tre, editorialista di Repubblica ed ex membro dell'Autorità Antitrust. Nel suo Fascismo bianco (Garzanti, 2026), spiega proprio come il fascismo del futuro non arriverà nelle stesse forme in cui l'abbiamo conosciuto. Sarà (è) piuttosto una lenta, ma ineluttabile, erosione dei diritti costituzionali, che gradualmente perdono la loro efficacia di tutela nei confronti del potere. È un fenomeno silenzioso: rispetta la legalità formale mentre tradisce quella sostanziale. In altri termini, si tratta di una vera e propria «frode alla Costituzione», che si consuma progressivamente e senza destare allarmismi.

Temelkuran, dal canto suo, l'autoritarismo l'ha sentito sulla pelle: il regime turco l'ha epurata dopo il fallito colpo di stato del 2016 e la conseguente stretta repressiva contro i giornalisti. Oggi scrive per testate internazionali come CNN, Guardian e New York Times, ed è autrice di diversi saggi sull'ascesa dei nazionalismi, tra cui Come sfasciare un paese in sette mosse (Bollati Boringhieri, 2019). Il suo ultimo libro, Stranieri come te (Bollati Boringhieri, 2026), estende e amplifica la condizione di esilio, mostrando come l'esperienza dell'essere stranieri (e in un certo senso quella di clandestinità) sia estremamente più comune oggi che un tempo. A favorire il loro colloquio è Giacomo Bottos, direttore di Pandora Rivista.

Temelkuran ha aperto il confronto sulla frequenza con cui oggi si parla di ritorno del «fascismo» nella politica contemporanea: se fino ieri molte persone pensavano che quel termine appartenesse solo alla storia della Seconda guerra mondiale, oggi, a dieci anni dalla presa di potere di Trump, quella pruderie linguistica è svanita. Certi palesi atti di violazione dei diritti costituzionali dei cittadini americani - si pensi alle violenze dell'ICE, la «polizia speciale» americana contro l'immigrazione clandestina - sono sotto gli occhi di tutti. Ma lo scivolamento verso l'autoritarismo non è solo una tendenza d'Oltreoceano: «è qualcosa che riguarda tutte le nazioni», sostiene Temelkuran, anche perché il fascismo di oggi è incorporato nel sistema economico. La crisi delle democrazie, in quest'ottica, sarebbe solo una crisi del capitalismo nella sua forma neoliberista. Ainis concorda sull'universalità del problema: gran parte della popolazione vive infatti già sotto regimi sostanzialmente autocratici. Secondo il professore emerito, a soffiare sul fuoco dei movimenti autoritari sono le paure collettive: la crisi climatica, le guerre sempre più vicine, fino a fenomeni più prossimi alla vita delle persone, come la percezione di insicurezza, portano verso facili risposte securitarie. Questi problemi sono visti come drammaticamente ineluttabili, e questo spinge alla ricerca di soluzioni forti. Si cita anche Freud:

«L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po' di sicurezza»

Il tema, secondo Temelkuran, è che se c'è voluto tempo per chiamare «fascismo» quello che sta accadendo, ce ne vorrà altrettanto per reagire davvero. In Europa siamo vissuti nell'illusione di essere immuni da questa deriva. Il ritorno degli autoritarismi è cosa da paesi asiatici, pensavamo, da Sudamerica, da paesi lontani, diversi. Ma ora ci accorgiamo di non essere affatto «diversi». Il dialogo si è poi spostato sul piano istituzionale. Ainis ha spiegato come, negli Stati Uniti, il Congresso sia ormai schiacciato dagli executive orders, gli atti straordinari del presidente pensati in origine per coordinare le agenzie governative, ma diventati nel tempo strumenti ordinari di governo. Trump ora li usa per deportare migranti e per gestire la politica commerciale internazionale, dazi compresi. Il neofascismo, secondo Ainis, nasce così: da uno Stato che diventa tutto amministrativo, e da un potere giudiziario intimidito. In un simile scenario, osserva Temelkuran, anche la magistratura potrebbe deviare dai binari costituzionali ed asservirsi al potere. Cosa fare, dunque, di fronte a queste derive?

Temelkuran nei suoi scritti propone di ripartire dalla solidarietà reciproca: una sorta di social catena in cui i cittadini, persa la protezione offerta dalla Costituzione, si proteggono a vicenda, si organizzano da soli per difendersi. L'idea è quella di un nuovo senso di solidarietà, in cui ciascuno diventi «casa» per gli altri. Si tratta, in fondo, di interrompere il circolo vizioso della paura, disinnescando così anche la continua ricerca di soluzioni securitarie: «io posso essere la tua casa, tu puoi essere la mia».