Nel racconto giornalistico contemporaneo l'immagine rappresenta indubbiamente il mezzo più potente e insieme più utilizzato. La scelta di una descrizione meramente didascalica di un evento o ancor peggio di una composizione estetica che distoglie dalla comprensione di ciò che si fa vedere è spesso la soluzione più praticata da chi sta dietro la macchina fotografica. Guardare oltre la superficie, puntare l'obiettivo là dove si può trovare l'inizio di un racconto è invece la cifra etica e poetica di un fotogiornalismo che sta trovando sempre migliori interpreti a livello internazionale.
Intorno a questi temi e al concetto di visione - secondo i punti di vista non sempre coincidenti di discipline e professioni vicine all'ambito fotografico - ruoterà La libellula e il ciclope, un dittico di appuntamenti a cura di Frammenti di fotografia e Giovanni Marozzini.
L’evento chiude il percorso " La libellula e il ciclope" , dittico di incontri sul vedere come atto creativo, a cura di Giovanni Marrozzini e Frammenti di fotografia. Il primo evento, tenutosi ieri, ha affrontato la fruizione dell’opera fotografica dal punto di vista della photo editor Giovanna Calvenzi e dello studioso Matteo Balduzzi - collaboratore del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.
Mediati dal giornalista Michele Smargiassi , Francesco Cito – fotoreporter che si è dedicato a documentare guerre e conflitti, così come mafia, contrabbando, carcere – e Francesco Faeta –antropologo e professore universitario a La Sapienza – sono i protagonisti del confronto che si concentra sulla produzione di opere fotografiche.
A partire dalla citazione di Roland Barthes, che affermò ne La camera chiara che «l’immagine è un oggetto antropologicamente nuovo», inizia il dibattito, che vede il reportage fotografico come elemento comune delle due discipline.
https://www.einaudi.it/catalogo-libri/arte-e-musica/fotografia/la-camera-chiara-roland-barthes-9788806164973/
Dalla teatralità dei matrimoni napoletani alla trionfalità del palio di Siena, dai conflitti armati alla criminalità locale, un reportage fotografico, infatti, è sia un mezzo per informare, sia un oggetto per studiare i rapporti umani.
http://blog.ilgiornale.it/franza/2017/12/03/francesco-cito-matrimonio-napoletano-una-superba-galleria-fotografica-alla-biblioteca-universitaria-di-genova/
https://www.francescocito.it/il_palio_di_siena-p12128
Ma in che modo il fotoreporter riesce a restituire quanto accade di fronte ai suoi occhi, andando oltre la superficie della cronaca? E quanto il lavoro di reportage è parte della ricerca antropologica?
Da una parte la sperimentazione, dall’altra il pensiero teorico, le funzioni che portano alla creazione del reportage fotografico sono differenti, così come i tempi, più dilatati per l’antropologia che, diversamente dal mondo dell’informazione giornalistica, può permettersi anni di ricerche.
Allo stesso tempo, però, entrambi rivendicano l’importanza di costruire un racconto che sia il frutto di pensiero critico, che va oltre il semplice atto di scattare una fotografia.
Elemento che, in un mondo in cui ognuno porta in tasca un mezzo capace di scattare una foto, differenzia i fotografi dai “fotografanti” ed evidenzia l’importanza di avere uno sguardo attento, anche quando si rappresenta «la vena più ordinaria della vita umana».
Per chi vuole approfondire il percorso, Festivaletteratura propone:
Evento
79
“Un tesoro ritrovato” - Evento
111
“Orientare lo sguardo” - Evento
171
“Il reportage tra giornalismo e documento antropologico” - Evento
182
“Le foto parlano al mio posto” - Evento
227
“La fotografia è un haiku”.