Luglio 2026 – Le strade della Mongolia si presentano nuove, larghe, affollate, ogni uomo una macchina, mandrie di cavalli alla deriva nella direzione che le allontani dalle città, isole di modernità alte nel mezzo del verde deserto orizzontale. Gli abitanti sono pochi, punti sparsi nella vastità, ogni mongolo potrebbe avere un appezzamento di terra grande quanto la provincia di Reggio Emilia, c’è spazio per tutti. Non la ricordavano così, la Mongolia, la sua apparenza è mutata ma chi incontrano ha sempre lo stesso spirito, sono pochi come lo erano prima, li ascoltano ancora come facevano prima. Si ricomincia.
Giovanni Lindo Ferretti riprende un filo lasciato sospeso, con Massimo Zamboni al suo fianco, compagno di una vita, con cui ha dato origine ai CCCP prima e ai CSI poi. Un pezzo di storia della musica italiana è tornata sui suoi passi dopo un silenzio lunghissimo, e non si poteva ricominciare se non dalla Mongolia, trent’anni dopo. Nel 1996 Lindo Ferretti aveva alle sue spalle la caduta del muro di Berlino, le guerre fratricide in Jugoslavia, le elezioni politiche del ’94 che sancirono la vittoria di Silvio Berlusconi; fu allora che partì per la prima volta con Zamboni in quel viaggio verso Oriente, forse alla ricerca di un’umanità arcaica che lo riconnettesse a se stesso, lontano da un Occidente in fiamme.
In quell’epoca, a seguirli nel loro perdersi c’era la cinepresa di Davide Ferrario, che li incluse nel suo documentario Sul 45° parallelo (1997). E il suo occhio è stato presente anche nell’estate del 2026, riprendendo la loro esibizione al Playtime Festival a Ulan Bator; il nuovo progetto cinematografico prende il nome da uno dei pezzi dei CSI, In Viaggio.
‹‹Ma che cazzo ci faccio in Mongolia?››, si è chiesto Ferretti. E poi niente, le sue ragioni le ha trovate, ed è partito.
Il ritorno dei CSI è un evento che il pubblico attendeva dallo scioglimento nel 2001, ed è avvenuto inaspettatamente, anche per i componenti. Le coincidenze li hanno ricollocati tutti insieme attorno allo stesso tavolo, a cenare: la Ginevra, Lindo Ferretti, Magnelli e Maroccolo. Era una cosa che non capitava, di solito erano in tre con Magnelli e la Ginevra, oppure qualche volta con Maroccolo solo, ma tutti e quattro era una novità assoluta. E che avessero accettato così, senza pensarci un attimo, una domanda all’improvviso e la risposta veloce ‹‹Sì, certo che mi va di cenare con loro››, ha sorpreso anche Ferretti. Che cosa aveva prodotto il passare del tempo. Dopo essersi allontanato dal gruppo in cui la sua voce era fusa con quella della Ginevra e riabituatosi a usarla come strumento singolo, ecco che era bastato risentire la Ginevra cantare per richiamare dentro di sé la loro armonia perduta. Sono successe tante piccole cose che hanno propiziato il loro nuovo incontro, sono semplicemente accadute e ‹‹l’accadere può frantumare il pensiero più ragionevole e composito che tu hai costruito››.
Il numero trenta si ripete di continuo. Trenta sono gli anni dal viaggio, il trentesimo è l’anniversario del loro secondo album, Linea Gotica, e trenta sono le edizioni del Festival Letteratura, che nella sua prima aveva Lindo Ferretti tra gli ospiti.
In questa storia la città di Mantova ha segnato alcune tappe nella sua vita, oltre a questo primo incontro. Nel 2016 è stato il luogo dove si è svolto l’ultimo spettacolo del suo teatro barbarico a Palazzo Te; ed è anche dove i suoi genitori, pastori dell’Appennino da quattro generazioni, arrivarono nella loro discesa verso il delta del Po, e qui lo “generarono”, come gli raccontò la madre in un momento tardo di riconciliazione filiale in età adulta.
E a Mantova Lindo Ferretti è passato nuovamente per rimarcare la reunion dei CSI, accompagnato da colui che scrive di loro da sempre. È dal primo concerto che Michele Rossi ne è folgorato, e anche prima di sapere del ricongiungimento lavorava al suo libro Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei CSI (Baldini e Castoldi, 2026) per ricostruirne la storia, le avventure, in un racconto che svelasse la poesia dei testi di Ferretti.
La prima volta che scrisse di loro, Giovanni non ne era troppo entusiasta; Rossi si intrufolava nella loro vita con disilvoltura eccessiva, quasi da stalker. Li seguiva ai concerti, ‹‹me lo ritrovavo sempre in mezzo››, si era introdotto tra i loro amici, fino all’avvicinamento finale con l’acquisto di una casa a Cerreto Alpi, paese natale e attuale dimora di Ferretti. Negli anni Giovanni ha conosciuto Michele, lo ha accolto nel suo salotto per raccontargli la sua storia dei CSI, e la Storia più grande che evocava nei suoi testi. I CSI significano anni ’90, sono la Jugoslavia sospesa tra Oriente e Occidente, il sangue versato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo di allora andava in frantumi e i CSI stavano a guardare, lo capivano, ne potevano cantare. E la Mongolia era quell’esperienza bizzarra che nel giro di un secolo era passata da un Medioevo Magico Materico al Socialismo reale, per poi essere ancora confusa dalla caduta dei sovietici. Era un mondo complicato, però era il loro mondo, mentre quello di oggi è sgretolamento, è una frana che nessuna forza né politica né sociale tiene insieme. ‹‹Viviamo una nuova età senza nome››.
Dopo i CSI, Lindo Ferretti si era risolto a ritirarsi a vita privata, con i suoi affetti intimi in mezzo all’Appennino, non pensare più, non sforzarsi più di trovare una chiave di lettura del nostro tempo. E ancora oggi che ha avviato un nuovo percorso musicale, il suo sguardo è riflessivo a ritroso. Di cosa canteranno ora non si sa, ma la loro musica è ritornata in tutta la sua potenza. I suoi componenti sono una strana accozzaglia che deve reimparare a tenere a bada il suo subbuglio interiore, per essere all’altezza delle aspettative del loro pubblico, e si rassegnano al pensiero che non lo saranno. Ma la loro musica, il devastante basso di Maroccolo che asfalta le chitarrine delicate di Zamboni, Magnelli alla tastiera, la batteria di Simone Filippi che si fa strada tra i suoni, e le voci di Lindo Ferretti e la Ginevra che si appigliano alla chitarrina per portare avanti il testo, tutti insieme sono cavalli selvaggi al servizio della loro stessa sinfonia di contrasti.
Il ritorno era scritto nell’ordine delle cose, lo hanno cantato prima dello scioglimento e della ricomposizione che ne è seguita.
Siamo ancora vivi, siamo qua.