«All’inizio era il dono, e il dono era con Dio e il dono era Dio…». Tutto è stato dono , dono della creazione, dono di luce, doni cosmici, doni atomici. E poi la terra. E poi l’uomo. Ma la terra tremava perché non sapeva se l’uomo era davvero dono oppure no. Perché noi usiamo i doni solo come oggetti, li sfruttiamo, li schiacciamo sotto i piedi. In quest’ottica parte il pensiero di Matthew Fox , descritto nel prologo del suo ultimo libro, letto da Gianluigi Gugliermetto .
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Antonietta Potente , presente insieme all’autore per parlare della rivoluzione della gioia, sposta un poco l’attenzione anche sulla “sete”. Parlando dell’ episodio della Samaritana , tutti in quella scena hanno sete, la donna, lo stesso Gesù, gli altri personaggi, il luogo e anche il tempo. E l’acqua diventa un soggetto di vita eterna che appartiene a tutti. L’importante quindi è imparare a vivere insieme. E dobbiamo chiedere l’esperienza dell’anima proprio ai popoli che “vengono.” La sete è la fonte della rivoluzione e la gioia ne è l’effetto . Il processo di rivoluzione viene fatto perché tutti abbiano la gioia. Perché tutti possiamo vivere nella giustizia. E questo è un chiaro riferimento alla teologia della liberazione così diffusa in Sud America e che abbiamo già potuto conoscere a Festivaletteratura nell’ incontro con Frei Betto .
Fox riprende il discorso puntualizzando che si tratta ovviamente di qualcosa di profondamente “trasformativo”, perché la gioia può trasformare una persona e quindi la società. Tommaso d’Aquino disse che la gioia è l’atto più nobile. Ma se la gioia è il nostro atto più nobile , perché non costruiamo attorno a questo concetto? Perché è il pessimismo il vero problema . Il patriarcato ha soppresso la creatività, il lato femminile della divinità, e ha permesso che il pessimismo avesse campo libero. L’uomo è l’animale più triste , pieno di ansie e non riesce mai a chiamare la gioia. Per questo ama le armi e le conosce tutte per nome. E l’uomo può anche andare sulla Luna o su Venere, ma porterà sempre con sé solo il pessimismo. E non è bello portare tristezza e bruttezza su Venere. Ci perdiamo sempre e solo nelle cattive notizie. Nessuno parla della gioia, tutti parlano di Trump. Proprio in un periodo come il nostro che avrebbe estremamente bisogno di messaggi e messaggeri di gioia. E Gesù era uno di questi.
Il Vangelo di domani parla proprio di questo, della gioia di ritrovare la pecora smarrita, la moneta persa e il figliol prodigo che è tornato. E questa sete di gioia si trova ovunque nel Vangelo. Sempre Tommaso disse che Dio è supremamente gioioso e per questo cosciente. Quando siamo gioiosi, non siamo anche noi profondamente consapevoli? Se non ricominceremo ad essere in questi stati d’animo, saremo condannati a creare e ad essere sempre più stupidi e pessimisti. Perché il caos è solo il preludio alla creatività, e quindi la rivoluzione (che genera sempre caos) è utile proprio per liberare la creatività oppressa . Non è forse anche la morte di Gesù il trionfo del caos? Poi però venne la resurrezione e la salvezza. La gioia. E la gioia condivisa è Dio. Infatti, quando siamo felici, non sentiamo la necessità di condividerla? Dio stesso aveva così tanta gioia che non poteva far altro che creare tutto per poterla condividere. La gioia e la giustizia sono fratello e sorella perché la giustizia è la condivisione della gioia stessa (anche qui un riferimento alla teologia della liberazione). Così da non doverci più definire l’animale più triste del creato.
Dobbiamo continuamente osare , dobbiamo superare il lutto, la tristezza, la negatività che ci impone la società. Dobbiamo “avvicinarci”, perché è l’avvicinamento la vera rivoluzione. Avvicinarci a tutte le situazioni che viviamo, al prossimo, compensare l’assenza, la malattia egocentrica dell’isolamento. Con il silenzio e la contemplazione, aprendo i nostri cuori e allontanando il nostro ego per poter dare e ricevere. Espandendo il nostro coraggio, il nostro animo, la nostra gioia. Dobbiamo uscire e ascoltare. Andare al di là del limite. Facendo poesia, cercando di non fermarsi alla superficie della vita. Perché le cose più sono profonde e più sono parlanti.