Sotto gli alberi
della
Casa del Mantegna
,
nel secondo giorno di Festivaletteratura,
Roger
Rosenblatt
parla
– con acutezza poetica – dell'argomento che più di tutti provoca
afasie: la
morte
.
Making toasts. A family story,
tradotto
in Italia con il titolo di
Una nuova vita
, è un
memoir
e insieme un'elegia alla figlia Amy, morta (sono vietati tutti gli
eufemismi) a 38 anni, di infarto, mentre correva sul
tapis
roulant
.
Rosenblatt racconta, con la puntualità fattuale che gli è data da anni di articoli per il Time magazine , il New York Times , il Washington Post e altri, una metamorfosi autobiografica che viene, naturale, dalla scelta che fa con la moglie Ginny di trasferirsi da Long Island al Maryland e con-vivere con i tre nipoti e il genero. Making toasts ( Una nuova vita ) è la biografia corale di una famiglia che decide – perché non potrebbe fare altro – di continuare a fare le cose di sempre (la colazione, l'asilo, la festa di compleanno, i libri la sera, la buonanotte), di fronte a un dolore che è indecifrabile, e rimane indecifrato.
Boppo, come viene chiamato Rosenblatt dai nipoti, viene presentato da Jessica, la più grande, come uno che «lives in the basement and does nothing»: uno che ha accantonato ogni altro scopo e senso e si è dedicato, del tutto, a prendersi cura di tre bambini, e scriverne. Quest'atto di scrittura, dice Rosenblatt su spunto di Francesco Abate , non è che il gesto immediato di fare quello che si sa fare: «se fossi stato carpentiere avrei costruito una banchina, se fossi stato pittore avrei dipinto qualcosa». Ma è scrittore ed ha scritto perché « there's only a way for me to rescue ourselves and rescue others: through words »: c'è solo un modo per salvare gli altri e salvarmi ed è con le parole. Questo rigore intellettuale nel narrare il dolore si accompagna, con l'armonia della quale è capace un grande scrittore, con una tensione al riso, all'autoironia della propria debolezza e all'atto verbale sdrammatizzante.
Un momento bellissimo e di tenerezza semplice è quando Boppo legge al nipote Bubbies (James), di venti mesi, le Lettere di James Joyce , fingendo che Joyce le abbia scritte proprio a lui, Bubbies: «Caro James. Oggi sono stato alla spiaggia a giocare, è stato molto bello. Tuo James Joyce» ma anche «Caro James, odio la Chiesa cattolica, voglio fuggire dall'Irlanda per sempre. Tuo James Joyce». «Del resto – dice Roger Rosenblatt, un autore che scrive benissimo di cose difficili – dovevo pur divertirmi anche io.»
[I
lettori anglofoni possono leggere un estratto di
Making
toasts
,
appena pubblicato in traduzione italiana, sul sito del
New
Yorker
.]
Di seguito l'intervista all'autore realizzata dalla Redazione di Festivaletteratura:
https://youtu.be/J-Vilx_AHeE