Nel 1961 Thomas Hobbes bandì l’uso delle metafore dalla comunicazione politica, ci dice Gianrico Carofiglio . Ma il fatto che il tentativo fosse destinato a fallire era ironicamente insito nell’identità stessa del proponente, essendo Hobbes colui che aveva creato una delle più potenti metafore dello Stato moderno, quella del Leviatano .
Il tema delle metafore è fondamentale, ci dice Carofiglio, perché questa figura retorica, che è uno dei principali strumenti di conoscenza attraverso cui opera il cervello umano, può anche essere usata per intossicare le coscienze e manipolare i cittadini . Da un lato, infatti, la metafora può illuminare un pensiero oscuro, o far comprendere , per analogia, nuovi concetti. Dall’altro, però, l’operazione di trasferimento di significato può essere usata in maniera strategica per rendere la comunicazione , ogni comunicazione, estremamente più efficace . Bisogna quindi distinguere fra il piano della direzione etica dell’uso della metafora e quello, più tecnico, dell’impianto metaforico, che ogni contendente è in grado di dispiegare per ottenere i suoi intenti comunicativi. E quindi, costruendo sul lavoro teorico di pensatori come Lakoff e Searle, Carofiglio analizza alcune delle più celebri metafore usate nella comunicazione politica.
Si parte con la celebre “ discesa in campo ” di Berlusconi nel 1994: una metafora tremendamente efficace, capace com’era di rifarsi a un immaginario condiviso di comunicazione sportiva. Sono le squadre a inizio partita a scendere in campo, in un momento di eccitazione bello e inimitabile, che ha il suo apice se a scendere in campo è la nazionale italiana, per cui si prova orgoglio e immedesimazione. E il fatto che il partito si chiamasse “Forza Italia”, e i suoi membri “azzurri”, non faceva che creare un circolo di rinforzo, che ha reso la metafora straordinariamente potente. La “ salita in politica ”, di Monti, al contrario, non era altro che un gioco di parole, capace al massimo di generare un temporaneo piacere intellettuale. Ma non rifacendosi a nessun simbolo condiviso, né a nessuna situazione in cui potersi immedesimare, mancava del terreno su cui radicarsi per avere forza. In questo caso, anzi, l’implicito richiamo alla discesa in campo non ha fatto altro che legittimare il discorso dell’avversario. La forza delle metafore, infatti, non si dispiega solo nell’obiettivo di breve termine del veicolare un messaggio, ma anche nella capacità di imporre un discorso dominante, che fissa le regole del gioco. Buona parte dell’occidentalizzazione del mondo, infatti, ci dice Carofiglio, è dovuta a metafore come quella del “tempo è denaro”. Tornando alla comunicazione politica, si analizzi l’espressione “ mettere le mani in tasca ”, usata per riferirsi alle tasse. A mettere le mani in tasca alla gente, infatti, sono i ladri, e chi usa e impone una metafora del genere sta implicitamente sostenendo che lo Stato è un ladro, e che è diritto dei cittadini difendersi da chi vuole rubare la loro proprietà legittimamente privata. E un effetto collaterale dell’uso di queste metafore è quello che Bourdieu avrebbe chiamato "addomesticamento dei dominati": il costringere chi non condivide un pensiero a esprimersi in rapporto a quello stesso pensiero. Anche i politici che dicono “non metteremo le mani in tasca”, infatti, pur magari non condividendo la visione di uno stato ladro, la stanno di fatto legittimando, incapaci di creare uno schema di pensiero alternativo. Schema che esiste e che, per esempio, potrebbe definire chi paga le tasse come un patriota, perché permette il funzionamento di uno Stato che é nato prima di lui e che lo ha accolto quando è nato; in questa visione, chi non paga le tasse è un traditore. Questi schemi di pensiero, in grado di dare una direzione alla comunicazione politica, si chiamano frame e hanno una tradizione d’uso nella sociologia del linguaggio, a partire dai lavori di Goffman.
Carofiglio analizza poi diverse altre metafore: dal detestato “aprire un tavolo”, alla comunicazione di Pierluigi Bersani, evocata col famigerato “ c’è chi preferisce un passerotto in mano a un tacchino sul tetto ”. E qui la distanza fra il piano dell’analisi tecnica della comunicazione e quello della condivisione di idee si fa chiaro, e Carofiglio precisa come avrebbe ritenuto Bersani un ottimo primo ministro. C’è ancora tempo per Obama, e per il suo fortissimo “ Yes,we can ”, assertiva presa di coscienza in prima persona plurale, tradotto in italiano nell’impersonale e freddo “si può fare”.
La conclusione è brevemente dedicata alla comunicazione renziana, la cui cifra stilistica è quella dell’energia: dall’ ” asfaltare ” gli avversari, all’ ” approvare le riforme col caterpillar ”. E al “ rottamare ”, certo: una metafora anche di cattivo gusto, visto che usa per uomini un termine coniato per oggetti. Di cattivo gusto, tant’è che presto Renzi stesso, talentuoso comunicatore, l’ha abbandonata.
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