Ossessione, scrittura, linguaggio, ricordo e silenzio. Sono questi alcuni degli elementi che hanno fatto da percorso tematico nell’intervista a Nathacha Appanah, autrice di La notte del cuore, tenuta da Espérance Hakuzwimana (Tra i bianchi di scuola). Mauriziana di discendenza indiana e residente a Parigi, Appanah ha raccontato di come l’aspetto linguistico sia sempre stato importante nella sua vita, dall’armoniosa fusione di creolo, hindi, telugu, inglese e francese che ha caratterizzato la sua infanzia, fino alla progressiva rigidità imposta dalla scuola che l’ha circoscritta al recinto delle “lingue di serie A”: inglese e francese. Con La notte del cuore Appanah si scontra proprio con quel sistema di linguaggio problematico, ampliando il discorso fino a fargli incorporare anche il linguaggio dei media, che ferisce e sminuisce la violenza sulle donne facendo affidamento su un sistema istituzionale disinteressato e complice.
Finalista al Premio Strega Europeo 2026, La notte del cuore è già dalla sua struttura un progetto linguistico. Storia di tre donne, Natacha, Emma e Chahinez, che hanno dovuto affrontare la sistemica violenza maschile, il libro si muove tra autofiction, reportage e cronaca familiare, tracciando un percorso di ricostruzione del trauma che parte dalla scelta del linguaggio: giornalistico, intimista, romanzesco? Nessuna delle opzioni è sufficiente da sola, la lingua e le sue strutture razionali hanno mostrato la loro inadeguatezza nel raccontare la violenza in un modo che riesca a trasmettere l’ingiustizia della morte di una donna, riducendo un atto di odio da parte di un uomo nel fallimento della vittima a proteggersi.
Bisogna quindi andare oltre le categorie prestabilite, rimpastare la scrittura e i suoi generi per far emergere un romanzo complesso e stratificato
in cui l’intrecciarsi delle storie di tre donne diverse serve ad Appanah a far emergere una condizione universale di ineludibile realtà dalle singole tragedie, sulle quali è fin troppo facile imbastire deboli attenuanti che alienano la vicenda del singolo da quella del gruppo. Appanah racconta di come da bambina ogni qual volta che assisteva o veniva a conoscenza di un fatto riguardante la violenza di genere pensava che, una volta diventata adulta, quei problemi sarebbero spariti, risolti dai “grandi”, da insegnanti, genitori o altre persone con un ruolo di autorità, che non avrebbero potuto ignorare un problema così persistente e capillare.
Davanti al fallimento della società nel risolvere, o anche solo riconoscere, il problema, Appanah, ora adulta, racconta essersi sentita in dovere di far collidere la sua voce di scrittrice con quella di cittadina e far parlare le donne a cui la voce è stata tolta. Il silenzio, sostiene l’autrice, è l’arma più grande del sistema che uccide le donne, senza le parole per raccontare un fatto, il fatto stesso non esiste. A questo proposito Appanah racconta la storia della famiglia di Emma, una delle vittime della storia. Il padre di Emma, dopo la sua morte, distrutto dal dolore, aveva vietato alla famiglia di pronunciare il nome della figlia e di colui che l’aveva uccisa. Una scelta apparentemente innocente, dettata dalla sua sofferenza, ma che, di fatto, aveva condannato Emma all’oblio, da cui è riuscita ad emergere solo dopo la ricostruzione che Appanah ha fatto per La notte del cuore.
Non si muore solo una volta, dice Appanah, ma ben tre:
la prima morte è quella fisica, che avviene quando il cuore smette di battere, la seconda è quella del ricordo, quando nessuno di chi hai conosciuto in vita ha memoria di te, la terza e ultima è la morte del nome
con la quale ogni traccia di te sparisce. I femminicidi sono atti di cancellazione delle soggettività femminili, e solo narrando le storie di queste donne, pronunciando i loro nomi e costruendo un linguaggio che, anziché nascondere, sveli l’orrore dietro questi atti brutali si può pensare di muoversi in una direzione di speranza.