Guido Rebecchini, curatore insieme a Barbara Furlotti della mostra “Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio.” che si terrà a Palazzo Te a fine settembre, ci parla della domanda dalla quale scaturisce la mostra: che cos’era la natura per chi viveva nel Cinquecento e per chi frequentava Palazzo Te? In un cambio di prospettiva, allora, fa una domanda a Giulia Sissa, grecista e storica della filosofia: che cos’era la natura per i greci?
La mostra si apre con due statue di marmo rivolte l’una verso l’altra, che rappresentano Diana Efesia; una delle due è di età romana, l’altra del Cinquecento. Queste statue si presentano con il busto ricoperto di rigonfiamenti ovoidali, riconosciuti da Minucio Felice e da San Girolamo come seni multipli e colmi di latte; questa statua sarebbe dunque un’allegoria della natura. Abbiamo assegnato il nome di Diana Efesia a questa statua proprio grazie alle descrizioni di questi due autori, nonostante non sia stata ritrovata in un tempio dedicato ad Artemide. Cesare Ripa, storico dell’arte del Cinquecento, la descrive nella sua Iconologia attingendo alla terminologia aristotelica, dicendo che le mammelle della statua rappresentano la forma, la componente attiva, mentre l'avvoltoio, uno degli animali che la rappresenta, incarna la materia impaziente di ricevere la forma. Seppure è vero che Aristotele definisce la natura come principio e causa del movimento, Ripa non aveva capito che, secondo il filosofo greco, nella donna non è insita alcuna capacità generatrice. Al contrario, in essa si trova solo la materia: inerte, passiva e sottomessa. È nell’uomo che si trova la forma, il principio del movimento che è in grado di creare la vita. Aristotele vede la donna come un uomo mutilato, privo della capacità di generare.
È importante sottolineare questo contesto aristotelico, perché fino all’età moderna tutti seguivano il suo paradigma. Uscire da questo quadro concettuale, secondo il quale il seme, attraverso un’emanazione, fecondava il sangue della donna, richiese molto tempo. Anche la teoria della generazione spontanea ebbe molto successo. Secondo questa teoria, gli insetti nascono da soli nei posti umidi; la vita sorge da qualcosa che non è vivo. Aristotele credeva che fosse il calore, principio maschile, a fecondare questa materia inanimata; nella visione greca, tutto il cosmo è sessuato.
L’idea che nell’antichità esistesse una “madre natura” è un fantasma storiografico; in Grecia, la natura è sempre stata maschile.
Già Esiodo, nella sua Teogonia, racconta che Gaia, la terra, originariamente genera per partenogenesi Urano, i monti, le ninfe dei monti e Ponto. Genera tutti gli altri titani per via sessuata con Urano: è importante la presenza maschile procreatrice, la presenza di un padre. Addirittura, Gaia ad un certo punto è stanca di partorire e fa evirare Urano da Crono, il suo ultimogenito. Dal sangue che sgorga da questa mutilazione nascono i giganti, divinità ctonie e celesti allo stesso tempo. Il femminile esiodeo è materno solo nel senso di sottomissione.
Sempre nella Teogonia, Esiodo racconta la creazione della prima donna, Pandora. Questa è una creazione artificiale: la donna è creata da Efesto nelle sue fucine e agghindata da Afrodite; il femminile è artificiale, non naturale. La scienza Seicentesca dunque non inventa l’oggettificazione della donna, ma la eredita da una tradizione millenaria. Natura in greco si dice fusis, dal verbo fuo, che significa nascere, germogliare, e rappresenta in particolare quel principio di movimento e quiete tipico degli esseri viventi. La dicotomia che per noi è tra natura e cultura, al tempo era tra fusis e technè, che rappresenta tutto ciò che ha al di fuori di sé la sua forza generatrice e motrice. Naturale e artificiale però si intersecano e si confondono, si ispirano l’un l’altro; la linea di confine non è così netta. Iniziava ad essere posto il problema di oggetti che non dovrebbero contenere in sé la radice del proprio moto, eppure la contengono; una riflessione che, con l’avvento di automi e intelligenze artificiali sempre più sviluppate, torna particolarmente in auge, dimostrando quanto il passato abbia sempre a che fare con il presente.