13 | 09 | 2026

Oltre il confine dell'inesplicabile

Amitav Ghosh, tra rinascite in nuovi corpi e cibi rivelatori, ci apre gli occhi sulla potenza delle premonizioni nel presagire l'emergenza climatica

Ci sono scrittori che raccontano storie, e scrittori che si immergono in correnti sotterranee, pervasive, invisibili a occhio nudo, che continuano a smuovere il presente anche quando gli eventi che le hanno generate sono stati relegati, con ingenuo semplicismo, a un passato remoto o a una realtà alternativa. Questa ricerca, ambiziosa nel suo sviluppo, ma necessaria nella costruzione di narrative lungimiranti, critiche e, in qualche modo, rivelatorie, riflette una claustrofobia intensa prodotta dal fallace razionalismo tipico della contemporaneità e un bisogno viscerale di andare oltre quel velo di Maya che ci rende ciechi alla verità. Amitav Ghosh, titanico scrittore indiano, diciassette anni dopo la retrospettiva che Festivaletteratura gli dedicò nel 2009, torna a Mantova con il suo ultimo romanzo L’occhio fantasma (Einaudi) per presentare questa instancabile disamina che sfida i limiti cronotopici ed esistenziali, e mettere in luce i legami nascosti tra una storia coloniale globale travagliata che ha rimescolato i confini del mondo, stabilendo una geografia politica forzata e barbarica, le percezioni di piani di realtà completamente diversi che scardinano l’idea univoca del mondo, e la crisi ambientale che sta distruggendo il pianeta in questo momento.

Il titolo è già una dichiarazione di intenti: questa sua qualità inconsistente e spettrale evoca e anticipa una capacità di vedere oltre la cortina di nebbia, una facoltà quasi divina di riuscire a oltrepassare una certa dimensione terrena per ritrovarsi improvvisamente a osservarne un’altra. Ghosh, sapiente tessitore di piani narrativi, ci introduce a un racconto interstiziale, dicotomico, spaccato in due, ma che è interconnesso in maniera impeccabile e comunica con maestria attraverso tempo e spazio.

In una famiglia vegetariana della Calcutta del 1969, Varsha, una bambina di tre anni si rifiuta di mangiare il riso e chiede, con scandalosa innocenza, del pesce, ricordando con dovizia di dettagli una capanna di fango sulle rive di un fiume che non ha mai visto e un’esistenza costellata di nozioni ittiologiche che nessuno si spiega come abbia vissuto. Cinquant’anni dopo, il nipote della psicologa che ha seguito il caso della bambina reincarnata, murato nell’isolamento pandemico a Brooklyn, viene risucchiato in questa bizzarra storia, tra ricordi del passato e lotte climatiche del presente.

Il fenomeno della rinascita in un nuovo corpo - o reincarnazione, ma l’autore rifiuta il termine per la connotazione metafisica che porta con sé - non è mai considerato come un escamotage esotico o un artificioso espediente letterario, ma rivendica una storicità che esula dal suo aspetto più prettamente spirituale. Ciò che gli interessa, ha precisato, è piuttosto il fenomeno empirico: le centinaia di casi, documentati in tutto il mondo, di bambini che conservano ricordi vividi di un’esistenza precedente, spesso legati a una morte violenta, e ne portano prove concrete nel presente, come la conoscenza di una lingua straniera, o il ricordo di complicati passaggi letterari a memoria, o tracce fisiche sul proprio corpo. Ghosh, in una mossa dal gusto nostalgico e primariamente umano, rende il cibo - più specificatamente il pesce impuro - il vero portale verso un altro mondo, la chiave che che apre la possibilità di modificare la linea temporale e di tuffarsi in un reame esistenziale completamente differente, una vita vissuta in flashback dai contorni che, sorprendentemente, non sono mai sfocati. La scelta del cibo come elemento di transizione tra un’esistenza e l’altra non è casuale o prettamente sentimentale - anche se Ghosh ammette che ama cucinare e mangiare - ma lo considera, legando con maestria tutti i fili della sua narrativa, come

«il mezzo principale attraverso cui interagiamo con l'ambiente, o almeno lo era».

È proprio a partire da questa idea di sapere inconscio che l’autore si spinge ancora più oltre e inserisce la premonizione su un binario parallelo a quello della rinascita in un nuovo corpo, sostenendo la presenza di questi scarti temporali della coscienza che nutrono il sapere, una consapevolezza sepolta che ci rende diffidenti, cauti nel considerare il presente e il futuro. Se la reincarnazione è memoria che precede se stessa, un sapere che riavvolge il tempo all’indietro, un ricordo a priori, la premonizione ne è lo speculare rovesciamento: conoscenza che anticipa l’evento, un indizio che si manifesta prima della sua apparizione materiale. Entrambi i concetti condividono lo stesso peccato agli occhi della modernità occidentale, una pretesa di onnipotenza che viola la consequenzialità del tempo, quella realistica successione ordinata di causa ed effetto che è la base sulla quale le epistemologie occidentali hanno fondato la propria pretesa di sovranità sul reale.

La scrittura è, quindi, per Ghosh un personale strumento di scardinamento delle statiche, fallaci regole del realismo, e il tentativo di spalancare le porte a idee, anche fortemente politiche, che possono solo germogliare all’interno della sua produzione narrativa. In questo caso, reincarnazione e premonizione non sono ornamenti esoterici confezionati a tavolino per infarcire la trama di drammaticità e mistero sovrannaturale, ma paradigmi di una percezione amplificata, un’introduzione narrativa alla capacità di credere in quello che ancora non si vede.

È qui, dunque, che si cela il punto più urgentemente contemporaneo del romanzo. Se la ragione strumentale si è rivelata competente nel calcolare numeri e statistiche, ma catastroficamente fallimentare nel far percepire l’urgenza esistenziale dell’emergenza climatica e dell’inesorabile collasso degli ecosistemi, forse il problema è l’incapacità di concepire come reali, eventi che sono già stati annunciati, questa riluttanza a superare il realismo concreto, per guardare più oltre, al di là dei confini dell’inesplicabile, e riabilitare questo “occhio fantasma” che potrebbe quantificare anticipatamente la portata di ciò che stiamo perdendo e, quindi, permetterci di salvare ancora qualcosa.