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Chiunque abbia letto il titolo dell’ultimo libro di Jonathan Safran Foer non ha potuto fare a meno di prenderlo in mano ed iniziarlo a sfogliare, sperando di trovare la risposta già dalle prime righe. Perché Possiamo salvare il mondo, prima di cena ( Saving the weather begins at breakfast , in originale) è proprio questo: un phamplet, un metodo per cambiare le nostre abitudini per salvaguardare l’ambiente , senza mentire su quello a cui si è disposti a rinunciare.
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«Quali sono i tuoi limiti?» domanda Foer a Carlo Annese e al pubblico, invitando a partire proprio dai limiti per capire qual è il miglior “piano d’azione” che singolarmente si può intraprendere. Quello proposto nel libro è semplice ma, se funzionasse, potrebbe incidere in modo significativo sulla produzione di CO2 nell’atmosfera: Foer infatti invita tutti a ridurre il consumo di cibi derivanti da animali, scegliendoli solo per cena . Non una completa rinuncia ma una limitazione, in modo tale da incidere in modo positivo senza sentirci limitati, a nostra volta, dalle nostre scelte.
L’appello a ridurre carne e prodotti animali non è lasciato al caso: nell’ultimo report dell’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) è stato stimato che 1/3 dei gas serra derivano dall’allevamento intensivo. Un’informazione allarmante ma, come ricorda Foer, «non è una conclusione controversa o ambigua, è scienza. Forse fino a dieci anni fa potevamo far finta di non conoscere la verità, ma adesso la verità la sappiamo. E la scienza ci dice che mangiare la carne fa ammalare la Terra».
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Perché allora troviamo così difficile, numeri alla mano, abbandonare il consumo di carne? Come sottolinea l’autore, il nostro mangiare animali è probabilmente il più grande controsenso psicologico di tutti i tempi: nonostante ci preoccupi il destino del nostro pianeta e siamo consapevoli di dipenderne, non riusciamo comunque a rinunciare a delle abitudini culturali. "Culturali" per l’appunto: il cibo non è mai solo cibo. È ritualistica, tradizioni, emozioni e ricordi tutt’assieme. «Quando vedo un hamburger, penso a quelli grigliati da mio padre il quattro luglio» svela lo scrittore al pubblico.
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Se dunque la rinuncia assoluta è impossibile (e da un certo punto di vista denota pericolosamente un atteggiamento di chiusura), ci si può ridimensionare, purché siamo disposti a cambiare con noi stessi e soprattutto con gli altri. La spinta più grande arriva infatti dal resto del mondo, quelli che Foer definisce "testimoni" . Nel momento in cui si promette qualcosa a qualcuno (la riduzione di consumo di carne) succedono due cose: da una parte ci ricordiamo della promessa fatta, provando vergogna ogniqualvolta non la si riesce a rispettare, e allo stesso tempo il pensiero di essere giudicati dai testimoni ci spinge a comportarci correttamente, per evitare di essere giudicati. Foer ne ha parlato con i figli, testimoni speciali nella sua lotta alla cattiva abitudine di dimenticarsi del pianeta. «C’è una via di mezzo tra il non fare niente e il fare tutto», chiude l’autore a fine intervento. Anche se il cambiamento climatico sembra qualcosa di lontano e troppo grande, ci sono piccoli gesti quotidiani che noi consumatori possiamo attuare. Al prossimo pasto, pensateci.
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