11 | 09 | 2016

Riflessioni sul senso della pena

L'epistolario fra un ergastolano e il giudice che l'ha condannato

«Nessuno tocchi Caino, ma non dimentichiamoci di Abele».

Quando vengono commessi crimini efferati, la nostra attenzione, giustamente, si concentra sulle vittime e i loro congiunti: senza aver fatto nulla si ritrovano condannati a una pena eterna, al pari dei perpetratori. Eppure, una società democratica non dovrebbe dimenticarsi dei colpevoli. Il libro del giudice Elvio Fassone , Fine pena: ora, fa proprio questo, raccontando la relazione epistolare che si protrae per 26 anni fra il giudice e un ergastolano da lui condannato.

Fassone nella sua carriera ha emesso 10-15.000 sentenze, eppure con Salvatore , nome di finzione, si è creato un rapporto particolare, come ben emerge anche nell'incontro festivaliero tra l'ex giudice e Gabriele Romagnoli . Nel 1985, a Torino, si celebra un maxi processo alla mafia catanese che comincia con un clima di guerra, con ostacoli atti a impedirne il regolare svolgimento e tenacia per superarli. Gradualmente Fassone si rese conto che un processo di tale portata aveva la funzione pedagolica di far capire alle persone che esiste un altro modo di relazionarsi e che presiederlo assomigliava a essere il sindaco di un piccolo paese. Per questo, insieme ai colleghi, decise di dedicare delle udienze a dei piccoli atti di umanità, che non c'entravano nulla con il processo, ma crearono un clima migliore.

https://www.youtube.com/watch?v=C9L9cRg8iHQ

Fu proprio in una di queste occasioni che Salvatore gli disse «se io nascevo dove è nato suo figlio adesso era lui nella gabbia». Dopo la sentenza , Fassone decise di scrivergli una lettera e inviargli un libro, dando inizio a un rapporto che ha cambiato entrambi ed è stato fondamentale per sviluppare una riflessione sul ruolo dell'ergastolo.

L' ergastolo ostativo , introdotto in Italia nel 1992 per i reati gravi, riguarda 1100 dei 1600 ergastolani presenti nelle carceri a dicembre 2015. Per loro non c'è alcuna possibilità di libertà condizionale o altri sconti della pena, se non la collaborazione con la giustizia, ossia la resa di dichiarazioni che permettono lo smantellamento dell'organizzazione criminale. Questa possibilità potrebbe indurre a pensare che molti condannati vi abbiano fatto ricorso per ottenere qualche privilegio, ma Fassone evidenzia che pochissimi ergastolani ostativi hanno deciso di collaborare e si chiede: è lecito che la legge faccia pagare il prezzo della libertà di una persona alla famiglia e a chi è fuori?

Non possiamo dimenticarci le vittime, ma forse possiamo fare di più come società democratica , sostiene il giudice: non dimenticare i colpevoli e potenziare le alternative al carcere per i reati minori. Perché in fin dei conti «nessun uomo è mai tutto nel gesto che compie, buono o cattivo che sia» e la vita di ogni persona è piena di cambiamenti, dopo 20-30 anni il condannato non è più la stessa persona che ha compiuto il gesto.