«Ho scritto nove romanzi e Zamir è quello in cui c’è più ottimismo», afferma Hakan Günday , ma il pubblico ride, non gli crede. Evidentemente qualcuno ha già letto il romanzo, è semplicemente scettico perché conosce l’autore, o conosce il soggetto del romanzo: la guerra e la pace. Sono questi i temi di Zamir , l’ultima pubblicazione dello scrittore turco Hakan Günday in dialogo con la giornalista Francesca Caferri nella splendida e solenne cornice della Basilica Palatina di Santa Barbara.
Zamir è la storia, negli anni, di un bambino che a soli sei giorni di vita resta vittima di un bombardamento e sopravvive incredibilmente grazie a un abilissimo chirurgo. Da vittima di guerra conosce il valore della pace e la rincorre in tutti modi possibili, anche nei modi più rocamboleschi. È un personaggio in continuo movimento, che diventerà una sorta di mascotte delle ONG e delle varie organizzazioni per la pace. Nel suo utopistico tentativo di convincere alla scelta della pace, rimarrà inevitabilmente deluso. Nonostante ciò, Günday giudica questa storia come ottimista, perché in queste pagine, con la scrittura cruda e diretta che caratterizza l’autore, c’è una grande dichiarazione di fiducia nel singolo essere umano . Si lotta per dare valore all’individuo, quello che quando si parla di guerra viene dimenticato sempre: quel volto concreto che si fa sfocato davanti alle statistiche e alla lontananza dalle disgrazie degli altri.
Questo libro - come tutti i precedenti, confessa l’autore - nasce da una domanda: come si fa a fare la pace? In quale modo consono bisogna agire? Non c’è stata una risposta alla fine del romanzo, al contrario, le domande e i dubbi non erano che centuplicati, ma il personaggio di Zamir è stato il tramite essenziale per prendere anzitutto coscienza della violenza del mondo, una cartina di tornasole per misurare il grado di contaminazione dell’aria che respiriamo.
Francesca Caferri guida la discussione intorno ad alcuni macro-temi del libro, tra questi la sottilissima distinzione tra pace e guerra, tra bene e male. In questa storia i buoni non sono mai del tutto buoni, e anche la guerra, il male, non è mai solo oscuro. Del resto, confessa Günday in risposta a una domanda dal pubblico, se volesse scrivere un romanzo su come essere traumatizzati penserebbe a un titolo così: Il fine giustifica i mezzi. I presunti mezzi buoni con cui ci si illude, con cui l’Europa illude di mettere temporaneamente a tacere la guerra, o di risolvere il problema dei migranti, non giustificano il fine e tanto meno lo risolvono. Non sono che palliativi con cui la generazione successiva dovrà fare i conti, e sarà una generazione avvelenata. L’Europa che stringe accordi con la Turchia sulla questione delle migrazioni è come un padre che ha rinunciato al suo ruolo educativo e invita il figlio a portare soldi al vicino e chiedergli di risolvere i suoi problemi.
Günday nel romanzo non attacca mai direttamente la Turchia, ma la denuncia all’autoritarismo e alla ristretta libertà di espressione è molto chiara. In effetti, l’autore svela che ogni volta che scrive una frase si ferma e si chiede se è stato totalmente libero o se si è in qualche modo limitato. Il rischio, in un paese come il suo, ma non solo, è quello di svegliarsi una mattina e semplicemente pensare che tutto quello che scrivono i giornali e dicono i media sia ragionevole e condivisibile. La libertà è un esercizio faticoso e costante, nessun percorso sa dare forza all’essere umano come il rincorrere la libertà: è per questo che continua a scrivere. Davanti alla violenza è molto facile restare indifferenti e, al più, essere grati perché quella violenza non è toccata a noi. Per reagire, per continuare a scrivere, bisogna allenare i muscoli della nostra volontà a non diventare ricettori passivi.
«Scrivere per me è il modo migliore per pensare, scrivo solo sulle cose che non capisco o che mi fanno paura, che mi terrorizzano». E quindi, inevitabilmente, Caferri e Günday trattano anche di scrittura, del valore del racconto. La scrittura, nella visione dell’autore turco, diventa un modo per leggere la realtà, per razionalizzare i pensieri. È dai romanzi che Günday dice di prendere le sue informazioni sulla politica contemporanea , sulle realtà dei paesi che lo circondano, sono i romanzi i suoi giornali e il suo sguardo sul mondo. Nei libri, come fa Malaparte ne La pelle, c’è la visione di realtà eterne; i libri rendono il mondo intellegibile descrivendo le dinamiche dell’animo umano, da sempre immutabili.
Quella del romanzo non è la sola scrittura che Günday frequenta: è anche autore di serie tv molto amate dai giovani turchi, di cinema e di teatro. Ogni scrittura, ammette l’autore, richiede i suoi linguaggi, i suoi tempi, il suo movimento; è come se permettessimo a diverse aree del nostro cervello di attivarsi. Continuare a imparare fino alla morte: questo è il bello della scrittura. E il bello della letteratura è anche non sapere affatto di cosa si scriverà la prossima volta, ma avere la certezza che si scriverà, anche se scrivere non darà risposta ad alcuna domanda di partenza. D’altra parte «viviamo in un’epoca in cui tutti credono di sapere tutto e quindi anche solo dubitare è un atto rivoluzionario».