12 | 09 | 2026

Silenzi generazionali nella Scozia rurale degli anni '90

Douglas Stuart, in dialogo con Mario Desiati, ci racconta dell'incomunicabilità che caratterizza il rapporto sfaccettato e contraddittorio tra un padre e un figlio, sullo sfondo della Scozia proletaria a lui tanto cara.

I rapporti familiari sono da sempre oggetto di indagine nelle narrazioni letterarie; ma che forma assumono se vengono calati nel freddo pungente di una Scozia rurale e rocciosa, tra un padre e un figlio che condividono lo stesso segreto? A questa domanda risponde svgDouglas Stuart nel suo ultimo romanzo, John figlio di John, longlisted per il Booker Prize di quest’anno. Lo scrittore, già vincitore dello stesso premio nel 2020 con Shuggie Bain, è approdato per la prima volta in Italia, regalando al pubblico di Festivaletteratura la prima presentazione italiana del nuovo romanzo, in dialogo con il Premio Strega svgMario Desiati. Siamo ancora in Scozia, terra natale dello scrittore, ma questa volta Stuart si allontana dai sobborghi di Glasgow, dove sono ambientati Shuggie Bain e Il giovane Mungo, per esplorare le dinamiche di una terra per lui nuova: le Ebridi Esterne. Protagonista dei suoi romanzi rimane la working class, nella quale è nato e cresciuto; in quest’ultimo libro, tuttavia, lo scrittore scozzese si immerge nelle vite silenziose e abitudinarie del proletariato rurale, per sviscerare i silenzi che plasmano i rapporti familiari e le incomprensioni che ne derivano. Stuart ricorda fin da subito che il centro del romanzo non è Cal, soprannome di John-Calum, il giovane neolaureato che torna a casa per assistere la nonna malata, ma il rapporto inesprimibile e tormentato che intrattiene con il padre John, con il quale condivide il nome. Il padre è un abile tessitore di tweed e vive da sempre nel piccolo villaggio di Harris, dove la lingua ufficiale è il gaelico e la religione predominante il presbiterianesimo. Abitante di una piccola comunità su un’isola lontana dai centri metropolitani, John è dilaniato tra il desiderio di essere sé stesso e di vivere apertamente la propria omosessualità e la volontà di appartenere a una comunità, adempiendo al proprio ruolo sociale, che esclude a priori l’amore omosessuale. Questo scontro tra dovere e desiderio non è nuovo alla penna di Stuart, che, attingendo dal proprio vissuto, cerca di raccontare la solitudine dell’essere queer nelle comunità religiose e lavoratrici del Novecento. In John figlio di John, le solitudini che si scontrano sono due, quella di Cal e quella di John: padre e figlio nascondono a vicenda la propria omosessualità e sono incapaci di trovare un punto di incontro tra i rispettivi silenzi. Allo stesso tempo, però, sono legati da un amore indissolubile. La tensione che funge da perno per tutto il romanzo, spiega Stuart, è proprio questo rapporto familiare contraddittorio, in cui i due

«si amano molto e contemporaneamente sono la cosa peggiore l’uno per l’altro»

In un’intervista rilasciata a svgLampoon magazine, Douglas Stuart afferma di aver iniziato a scrivere per indagare il silenzio in cui è morta sua madre, che lo ha lasciato a sedici anni dopo una lunga dipendenza dall’alcol. In quest’ultimo romanzo, tuttavia, l’intento è raccontare un amore reale e contrastante tra un padre e un figlio; un tipo di affetto che Stuart dichiara di non aver mai vissuto sulla propria pelle, essendo stato abbandonato dal padre durante l’infanzia.

Un’altra peculiarità che distingue la produzione letteraria di Douglas Stuart è sicuramente la lingua che sceglie di adottare. Come in Shuggie Bain i personaggi fanno uso dello stretto dialetto di Glasgow, il Glaswegian, così anche in John figlio di John lo scrittore non rinuncia al gaelico scozzese per dare voce ai suoi protagonisti. L’uso del dialetto, ricorda Stuart, non è una semplice scelta poetica, ma una vera e propria forma di resistenza a una cultura dominante che relega ancora i dialetti a una forma inferiore di letteratura. Il rifiuto di adeguare la lingua dei suoi personaggi all’inglese ufficiale nasce da una volontà di realismo – negli anni Novanta gli abitanti delle Ebridi parlavano il gaelico – ma soprattutto dalla necessità di rimanere immerso nella sua gente. Stuart respinge l’idea di porre una cesura tra la propria posizione di scrittore e le vite della working class scozzese, in cui lui stesso è cresciuto: se avesse scritto in inglese, confessa, avrebbe avuto la sensazione di osservare i suoi personaggi da un piedistallo che non gli appartiene. I dialetti locali, inoltre, sono fonti inesauribili di nuovi concetti e visioni del mondo, di parole uniche e intraducibili: «è un tipo di frequenza, possibile per un romanzo, non disponibile se si decide di scrivere in inglese canonico». Parlare in gaelico significa infine dare voce a un’oppressione di classe e alla conseguente resistenza all’omologazione della cultura dominante. Come ricordava anche svgPier Paolo Pasolini, i dialetti sono tra le ultime forme di resistenza a una massificazione culturale che cancella le differenze locali e soggioga le piccole comunità al potere dominante.

Con John figlio di John, ma più in generale con tutto il suo universo narrativo, Stuart si pone l’obiettivo di restituire dignità e complessità alle vite proletarie scozzesi: tutt’altro che stereotipati, i suoi personaggi sono reali e tangibili, si muovono a tentoni nel complesso spettro dell’emotività, come ogni essere umano. I suoi romanzi, caratterizzati da temi di matrice autobiografica – dalla vita proletaria alla vergogna dell’omosessualità in una comunità conservatrice – sono anche un luogo in cui rielaborare la propria vita e, al tempo stesso, uscire dai confini biografici. Scrivere fiction significa decentrare sé stessi, sottolinea Stuart: creare personaggi è un potentissimo esercizio di empatia e comprensione, in cui si esce momentaneamente dal proprio io per immedesimarsi nel vissuto dell’altro e riconoscere, nella sua umanità tanto lontana quanto affine, qualcosa di sé.