Sempre più narrazioni vivono oggi una condizione di erranza: il continuo scivolamento da un’identità a un’altra, da un Paese a un altro, spesso sotto la spinta d’immani forze centrifughe, dà vita a conglomerati affettivi e linguistici in cui transizioni e passaggi, con le loro turbolenze, costituiscono non più un episodio o uno stadio ma il nocciolo stesso del racconto, sia esso biografico o di finzione.
Molte presenze nazionali e internazionali del trentennale di Festivaletteratura esemplificano perfettamente questa condizione dello scrivere nei nostri tempi confusi e interconnessi, in cui lingue, storie, tradizioni e appartenenze letterarie si mescolano e confondono ben oltre i limiti di stati, continenti, vissuti. Ne è esempio un autore come David Szalay, vincitore dell’ultimo Man Booker Prize, che nell’identità sfumata di personaggi soverchiati da desideri e stravolgimenti ora personali, ora collettivi, trova la propria inconfondibile cifra narrativa; o Nathacha Appanah, scrittrice francofona nelle cui opere i fili che marcano le distanze tra geografie e memorie personali si riannodano sotto il comune denominatore di esperienze drammatiche come la migrazione o la violenza di genere.
“Non so più chi o cosa siano gli altri”, dice per bocca di una delle sue protagoniste la geniale autrice britannica Helen Oyeyemi, capace di narrare in termini quasi fiabeschi il sentimento di estraneità che impronta il vasto melting pot del nostro tempo. In questo teatro di personaggi in cerca di parola, di vicende familiari e universali scampate a un Novecento di grandi esodi e lessici in viaggio, si collocano anche gli attesissimi ritorni al Festival di Emmanuel Carrère e Amitav Ghosh, il dialogo tra Sepp Mall e Ilaria Tuti a partire da vicende del Secolo breve che hanno sconvolto aree (e comunità) intrinsecamente liminali come il Tirolo e il Friuli, senza dimenticare le surreali creature romanzesche cresciute all’ombra della Cortina di Ferro e partorite dall’ironia dello scrittore e drammaturgo rumeno Matei Vişniec; la paradossale Albania di Enver Hoxha raccontata da Lea Ypi, intrecciando memoria familiare e storia collettiva; i “chi sono io?” sospesi tra storia e famiglia, cinema e pop culture, che improntano i lavori del norvegese Johan Harstad, del francese Olivier Guez, dell’olandese Tommy Wieringa; l’indigenismo – una tradizione letteraria di cui è erede e insieme dissacratrice – la peruviana Gabriela Wiener; il personalissimo atlante di luoghi e cartografie raccontato da Mathias Enard nella sua nuova tetralogia romanzesca, dove città e territori corrispondono di volta in volta a un punto cardinale e una stagione dell’anima.
D’altronde è a una comunità di transfughi di ogni latitudine ed estrazione che guarda un’intellettuale e giornalista del calibro di Ece Temelkuran, lei stessa vittima e testimone di un esilio politico che la porta da tempo a sentirsi parte di un’umanità “senza più casa”. Ed è per converso una lingua che “si fa casa”, acquisita nell’emigrazione per poi essere vissuta e parlata in ogni sua più intima articolazione, quella di cui si nutrono decani e astri nascenti della narrativa europea come Theodor Kallifatides e Pajtim Statovoci: il primo, emigrato dalla Grecia negli anni Sessanta, affermandosi come uno dei più raffinati scrittori svedesi del Novecento attraverso il canto struggente della Grecia contadina e degli affetti ritrovati lungo la via del ricordo; il secondo, albanese kosovaro sfuggito ancora bambino dalla guerra nell’Ex Jugoslavia, scoprendo nel finlandese il terreno in cui disseminare uno dei più nitidi e febbrili soliloqui sul sentirsi ovunque stranieri e, nel contempo, amare furiosamente la vita.
Si stagliano lungo questo solco tematico anche le conversazioni tra Gergely Péterfy e Igiaba Scego intorno a vecchie e nuove forme di assimilazione e sopraffazione coloniale, e i tre appuntamenti della rassegna passports, nei quali il Festival si focalizza da tempo sul tema attualissimo delle cittadinanze e delle identità di frontiera, alternando stavolta le testimonianze di scrittrici quali Anna Dietzel e Francesca Silvestre – alle prese con la storia degli esodi e la sofferenza che attraversa da generazioni il confine tra Italia e Slovenia – alle conversazioni tra Ruska Jorjoliani e Yeniffer Lilibell Aliaga Chávez, Jana Karšaiová e Yaryna Grusha, autrici italofone in grado di restituire, con una voce assolutamente peculiare, le contraddizioni del ritorno a terre e memorie d’origine mai pienamente “proprie”.
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